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Bretton Woods

Nel settembre del 1961 Robert Mundell pubblica sull'<<American Economic Rewiew>> Una Teoria delle aree valutarie ottimali. Dieci paginette senza nemmeno una formula matematica, che avrebbero valso al loro autore il premio Nobel trentotto anni dopo. Poca cosa, molta resa. Merito di un messaggio semplice ed efficace: quando Paesi strutturalmente diversi decidono di aggiogarsi sotto una moneta unica, se sorgono problemi, come una recessione mondiale, bisogna che nei Paesi in maggiori difficoltà i lavoratori accettino di farsi tagliare i salari, o magari di emigrare in cerca di lavoro. Altrimenti, la moneta unica collasserà. Che è poi quello che oggi intende il presidente Monti quando dice ai sindacati: "Le sorti del Paese sono nelle vostre mani" (<<la Repubblica>>, 2012). Sottinteso: lasciatevi tagliare i salari.

     Posso dirlo anche in parole più complicate, per chi lo desiderasse: un'area valutaria ottimale deve presentare i requisiti di perfetta flessibilità di prezzi e salari, e perfetta mobilità di fattori di produzione. Contenti? Comunque con il vostro permesso, in seguito cercherò di dire pane al pane e vino al vino. I miei colleghi forse storceranno il naso, ma magari, chissà, voi lo preferite.

      Il lavoro di Mundell era veramente profetico. Nel 1944, alla conferenza di Bretton Woods, gli Stati Uniti avevano proposto (cioè imposto) al mondo un sistema monetario internazionale a cambi fissi basati sul dollaro. Il dollaro, convertibile in oro, sostituiva quest'ultimo nel pagamento delle transizioni internazionali. Tutti i Paesi dovevano dichiarare una propria parità di cambio rispetto al dollaro, e mantenerla fissa. Contestualmente, si istituiva il Fondo monetario internazionale (Fmi), finanziato pro quota dai partecipanti al sistema, per erogare prestiti ai Paesi che si trovassero in difficoltà con i pagamenti internazionali.

     Il sistema qualche problemino ce l'aveva:se n'era accorto Robert Triffin nel 1960 (ma non se ne sono ancora accorti,caso strano, molti economisti americani "moderni"). Imponendo il dollaro come "moneta del mondo", gli Stati uniti dovevano scegliere. O stampavano dollari commisurandoli alle proprie esigenze, nel qual caso il resto del mondo sarebbe rimasto a corto di liquidità, cioè non avrebbe avuto soldi per comprare, guarda caso, i prodotti americani (ricordatevi che, dopo la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano l'unica potenza con apparato produttivo intatto); o stampavano dollari commisurandoli alle esigenze del commercio mondiale, e magari li prestavano anche al resto del mondo. In questo caso avrebbero aiutato la ripresa dell'economia statunitense e mondiale, ma avrebbero dovuto rinunciare alla convertibilità del dollaro in oro, perché era impossibile che la produzione di oro crescesse di pari passo con il ritmo vertiginoso di sviluppo del commercio mondiale.

     Come è noto gli Stati Uniti imboccarono la seconda strada, finanziando copiosamente la ricostruzione europea (ricorderete il piano Marshall)

     Nel 1961, però le criticità non erano ancora esplose, e nessuno pensava ancora alla moneta unica. Non ci pensavo nemmeno io, perché sarei nato solo nel dicembre del 1962. In quell'anno l'Italia cresceva del 5.9 per cento, con un'inflazione al 604 per cento. Un dollaro costava 625 lire: era così dal 1951, e sarebbe stato così fino al 1971.

 

 

Pubblicato il 1/10/2015 alle 11.55 nella rubrica Diario.

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